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Chiamatemi Dottor Refrigerazione

Se fosse un manager, quali sarebbero le sue preoccupazioni? Un’intervista immaginaria per raccontare le sfide che il settore deve affrontare oggi e negli anni a venire.

Di Massimo Moscati, direttore editoriale di PR Planet Refrigeration

Dottor Refrigerazione, lei è ovunque ma raramente finisce sotto i riflettori. Come vive questa situazione?

La vivo con una certa abitudine. Sono presente nei supermercati, nell’industria alimentare, nella farmaceutica, nella logistica, nei data center, nella ristorazione e persino nelle nostre case. Quando tutto funziona nessuno si accorge di me. Quando qualcosa si guasta, invece, divento improvvisamente indispensabile. È il destino delle infrastrutture essenziali: essere invisibili quando fanno bene il proprio lavoro.

Qual è oggi il suo principale problema?

L’energia. Da sempre il mio rapporto con l’energia è strettissimo. Senza energia non esiste refrigerazione. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescente instabilità dei mercati energetici e a tensioni geopolitiche che rendono più complessa ogni pianificazione. Il mio obiettivo è raffreddare consumando sempre meno, ma per riuscirci servono investimenti, innovazione e una visione energetica di lungo periodo.

La crisi internazionale la preoccupa?

Molto. Guerre, tensioni commerciali, instabilità nei trasporti marittimi e nelle forniture energetiche hanno conseguenze dirette sul mio lavoro. Quando aumenta il costo dell’energia, aumenta il costo del freddo. Quando si interrompono le catene di approvvigionamento, diventa più difficile reperire componenti e tecnologie. La globalizzazione ha portato vantaggi enormi, ma ha anche evidenziato fragilità che oggi non possiamo ignorare.

E sul fronte ambientale?

La sfida è enorme. Mi viene chiesto, giustamente, di ridurre il mio impatto climatico. Negli ultimi anni ho fatto passi avanti importanti grazie ai refrigeranti naturali, alle tecnologie a basso GWP e all’efficienza energetica. Tuttavia il percorso è ancora lungo. La sostenibilità non può limitarsi alla sostituzione di un refrigerante: deve coinvolgere l’intero ciclo di vita degli impianti.

Qual è il problema più sottovalutato dal mercato?

La carenza di tecnici qualificati. Molti parlano di intelligenza artificiale, digitalizzazione e automazione, ma dimenticano che qualcuno deve progettare, installare e manutenere gli impianti. In molti Paesi il ricambio generazionale è insufficiente. Senza nuove competenze rischiamo di avere tecnologie sempre più sofisticate e sempre meno persone capaci di gestirle correttamente.

A proposito di digitalizzazione, l’intelligenza artificiale è davvero la soluzione?

È certamente una parte della soluzione. Può aiutarmi a consumare meno energia, prevedere guasti, ottimizzare le prestazioni e migliorare la gestione degli impianti. Però non credo alle bacchette magiche. L’intelligenza artificiale funziona se ci sono dati di qualità, infrastrutture adeguate e persone in grado di interpretarne i risultati. Da sola non risolve nulla.

La catena del freddo è diventata un tema centrale. Perché?

Perché oggi il mondo pretende sicurezza alimentare e sanitaria assoluta. Ogni interruzione della catena del freddo può comportare sprechi, perdite economiche e rischi per la salute. La vera sfida è garantire continuità. Non basta produrre freddo: bisogna conservarlo lungo tutto il percorso che porta un prodotto dal produttore al consumatore.

Qual è il suo rapporto con la politica?

Complicato. Spesso vengo considerato un settore tecnico, mentre in realtà sono una componente strategica dell’economia. Le decisioni energetiche, ambientali e industriali hanno effetti diretti sul mio lavoro. Servirebbero politiche più lungimiranti e meno legate alle emergenze del momento.

L’Europa sta seguendo la strada giusta?

L’Europa ha avuto il merito di spingere il settore verso innovazioni che probabilmente sarebbero arrivate più lentamente. Tuttavia oggi emerge una questione fondamentale: la sostenibilità deve convivere con la competitività industriale. Se il costo dell’energia diventa troppo elevato o le regole troppo complesse, il rischio è penalizzare proprio chi dovrebbe investire nella transizione.

Che giudizio dà sul tema della sicurezza energetica?

È diventato prioritario. Per anni abbiamo dato per scontata la disponibilità di energia. Oggi non è più così. Un impianto frigorifero non può fermarsi perché manca elettricità. Per questo motivo si parla sempre di più di resilienza, sistemi di backup, accumulo energetico e diversificazione delle fonti.

C’è un problema di cui si parla troppo poco?

Lo spreco alimentare. Ogni anno enormi quantità di cibo vengono perse lungo la filiera. Una refrigerazione efficiente potrebbe ridurre in modo significativo queste perdite. Quando si parla di sostenibilità si pensa spesso alle emissioni, ma conservare meglio gli alimenti è una forma di sostenibilità altrettanto importante.

Come immagina il suo futuro?

Più digitale, più efficiente e più integrato. Sarò sempre meno una somma di macchine e sempre più una rete intelligente capace di dialogare con edifici, reti energetiche e sistemi logistici. Ma continuerò ad avere bisogno di persone competenti, investimenti e visione strategica.

Un ultimo messaggio ai lettori di PR Planet Refrigeration?

Vorrei ricordare una cosa semplice: il freddo non è un lusso e non è soltanto tecnologia. È una delle infrastrutture invisibili che sostengono la vita moderna. Conserva il cibo, protegge i farmaci, rende possibile la logistica globale e supporta interi comparti industriali. Quando funziona bene nessuno lo nota. Ma il giorno in cui dovesse mancare, tutti capirebbero immediatamente quanto sia importante. Ecco perché i problemi della refrigerazione non riguardano solo gli addetti ai lavori: riguardano tutti noi.

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