Le emissioni derivanti dall’utilizzo industriale delle sostanze lesive dell’ozono (ODS) come materie prime chimiche potrebbero ritardare di sette anni il recupero dello strato di ozono stratosferico alle medie latitudini. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature Communications e firmato da Stefan Reimann e altri ricercatori, riportato da Refindustry.
Il Protocollo di Montreal limita la produzione e il consumo di sostanze dannose per l’ozono utilizzate in applicazioni emissive, come CFC e altri composti contenenti cloro e bromo. Tuttavia, l’impiego di queste sostanze come feedstock per la produzione di altri prodotti chimici non è soggetto alle stesse restrizioni.
Secondo lo studio, questa esclusione era basata sull’ipotesi che le emissioni associate ai feedstock rappresentassero circa lo 0,5% della produzione totale e che il loro utilizzo fosse destinato a diminuire. I dati attuali mostrano invece una situazione diversa: le emissioni raggiungono mediamente il 3,6% della produzione e il loro impiego è aumentato anziché diminuire.
I feedstock ODS vengono utilizzati per produrre HFC, HFO, HCFO, polimeri alogenati e altre sostanze chimiche. Lo studio evidenzia che il loro utilizzo è cresciuto del 163% tra il 2000 e il 2024, con gli incrementi maggiori registrati tra il 2014 e il 2024 per HCFC-22, tetracloruro di carbonio (CCl4), CFC-113/a e HCFC-142b.
Gli autori hanno confrontato uno scenario ‘business as usual’ con scenari a basse e a zero emissioni fino al 2100. Nel primo caso, il ritorno dello strato di ozono ai livelli del 1980 avverrebbe nel 2073. Negli scenari a basse e zero emissioni, il recupero avverrebbe rispettivamente nel 2066 e nel 2065.
La ricerca conclude inoltre che la riduzione delle emissioni associate ai feedstock ODS contribuirebbe a diminuire il forcing radiativo e l’impatto climatico. Nel 2100, la differenza di forcing radiativo tra lo scenario attuale e quello a basse emissioni è stimata in 28 mW/m², con un intervallo di incertezza compreso tra 14 e 45 mW/m².


