L’utilizzo dell’ammoniaca nei data center resta limitato, ma alcune esperienze dimostrano il potenziale di questo refrigerante naturale anche in applicazioni ad alta intensità energetica. Come si legge su Natural Refrigerants, un approfondimento tratto dal report ‘Clean Cooling for Data Centers 2025’ di ATMOsphere evidenzia il percorso intrapreso da Zudek in questo ambito, di cui avevamo già scritto (leggi qui).
L’azienda ha realizzato il suo primo chiller ad ammoniaca (R717) per data center nel 2013 in Sudafrica e da allora ha fornito altre quattro installazioni, tra cui due in Germania: una con capacità di raffreddamento di 700 kW e un’altra da 6 MW. Attualmente è in corso un nuovo progetto, di cui non sono stati resi noti i dettagli.
Nonostante i vantaggi, il mercato mantiene una certa cautela nell’adozione dell’ammoniaca. Zudek sottolinea però che i propri sistemi utilizzano basse cariche di refrigerante e integrano sistemi di sicurezza avanzati. “Non ci sono problemi nell’utilizzare ammoniaca in unità esterne, perché è più leggera dell’aria e, in caso di perdita, un sensore aumenta la velocità dei ventilatori per disperdere il gas verso l’alto”, ha spiegato Fabrizio Amati, sales and marketing director di Zudek. “Per i chiller installati all’interno degli edifici, ogni impianto è dotato di un sistema di estrazione dell’aria, che può essere trattata con uno scrubber per rilasciare in atmosfera solo poche parti per milione di ammoniaca”.
Tra i fattori che spingono Zudek verso questo segmento vi è anche la crescente pressione normativa in Europa sui PFAS, sostanze che includono molti refrigeranti sintetici. Secondo Amati, eventuali restrizioni potrebbero compromettere la sostenibilità a lungo termine di tali soluzioni, mentre l’ammoniaca rappresenta un’alternativa ‘future-proof’.
Un caso concreto riguarda un data center nel Baden-Württemberg, in Germania, dove nel 2024 è stato installato un chiller Airmatik ad ammoniaca da 790 kW in sostituzione di un sistema R407C di pari capacità. Il nuovo impianto, progettato per raffreddare acqua a 11 °C o 14 °C, è collegato a un dry cooler con scambiatore integrato per il free cooling. Il sistema consente free cooling parziale già a 10 °C e totale a 6 °C, contro i -4 °C richiesti dal chiller precedente. Questo si traduce in circa 2.131 ore annue di free cooling rispetto alle sole 195 ore del sistema sostituito.
“Normalmente i chiller con refrigeranti sintetici integrano una batteria aggiuntiva, ma questo aumenta il consumo energetico dei ventilatori”, ha aggiunto Amati. “Nel caso dell’ammoniaca utilizziamo un dry cooler esterno più efficiente”. Questa configurazione consente inoltre di utilizzare glicole solo nel circuito esterno e acqua all’interno del data center, riducendo l’energia richiesta dalle pompe.
Grazie a queste soluzioni, il chiller Airmatik ha raggiunto un’efficienza energetica superiore del 43% rispetto al sistema precedente, con un risparmio annuo stimato di 185.752 euro.


