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Caldo estremo e industria dell’abbigliamento: a rischio occupazione e filiere globali

L’aumento delle temperature potrebbe costare fino a 65,8 miliardi di dollari di mancati ricavi dalle esportazioni di abbigliamento e comportare un milione di nuovi posti di lavoro in meno entro il 2030 nei principali Paesi produttori. È quanto emerge da una nuova ricerca presentata durante l’ultimo Unep Cool Talk del 2025, ripresa da Refindustry.

Lo studio, intitolato ‘The Heat is On’, è stato sviluppato dal Global Labor Institute della Cornell University e dall’International Finance Corporation, con il contributo del team Better Work dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. L’analisi evidenzia come caldo estremo e inondazioni stiano già mettendo sotto pressione un’industria da 1.770 miliardi di dollari, che impiega circa 90 milioni di lavoratori nel mondo.

Secondo i ricercatori, anche aumenti moderati della temperatura ‘a bulbo umido’ possono ridurre sensibilmente la produttività: per ogni grado Celsius sopra i 25 °C, la produzione cala in media dell’1,5%. Un dato che ha implicazioni dirette sulla continuità operativa delle fabbriche e sulla resilienza delle catene di fornitura globali.

Nel dibattito è emersa l’importanza del raffrescamento sostenibile come strumento di adattamento climatico. Dall’iniziativa ‘Beat the Heat’ al secondo Cooling Ministerial, passando per approcci come il programma 5×5 della Sustainable Cooling Initiative, il settore del cooling è chiamato a giocare un ruolo centrale nel mitigare i rischi climatici, anche attraverso soluzioni passive, standard di ventilazione e migliori condizioni di lavoro nei Paesi più esposti.

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